Ott 7, 2009 - Senza categoria    No Comments

GAGLIATO

 

 

 COMPENDIO DI UNA STORIA

 

 

 

 

 

 

 

 

«Piccolissimo castello, di quasi appena quaranta fuochi; però con buone comodità in quanto al vivere… Vi è gran civiltà in questa terra posta in bel sito molto vistoso et in aere molto perfetto». Con queste parole, padre Giovanni Fiore da Cropani descriveva Gagliato nella sua Della Calabria illustrata più di tre secoli fa. È cambiato ben poco, da allora, se non che il paese si va via via spopolando.

Quantunque l’ultimo censimento generale abbia rilevato una popolazione di poco più di cinquecento abitanti, temo che la cifra effettiva sia addirittura inferiore. È la storia di quasi tutti i paesi interni della Calabria. È la storia della Calabria, caratterizzata dalle bibliche ondate migratorie degli anni Sessanta e dal successivo graduale abbandono della collina  per le zone marine. È storia di mancanza di prospettive di lavoro, di investimenti sbagliati o mai effettuati. Di infrastrutture a lungo attese e la cui realizzazione è ancora di là da venire. Come la tanto agognata e controversa superstrada delle Serre, che da Soverato dovrebbe condurre a Vibo Valentia.Gagliato - Panorama 1.JPG

Non sarà la panacea, beninteso. Ma questo importante raccordo viario costituirebbe di sicuro una valida  premessa per la valorizzazione delle grandi potenzialità economiche che questa regione possiede e che giacciono inutilizzate. Prima fra tutte, anche se non la sola, il turismo. Si prevede quest’anno in Calabria un boom di presenze. È senz’altro un buon indizio di presenze. E pare anche che assurgerà a fenomeno di massa l’agriturismo. Il mare pulito, di per sé, non basta più. Il visitatore è diventato più esigente, vuole dell’altro. Purtroppo serpeggia più d’un sospetto, affatto legittimo. Che è quello di non essere abbastanza attrezzati a rispondere con efficienza  a domande qualificate. Insomma, a dare il meglio delle proprie risorse; perché molte località, amene, accoglienti, con un patrimonio paesaggistico di tutto riguardo, possono trovarsi in forte ritardo per le ragioni già enunciate. Gagliato è una di queste.

Situato su una collina a 480 metri di altitudine, questo piccolo centro a metà strada tra Soverato e Chiaravalle Centrale, in provincia di Catanzaro, si presenta al visitatore come una ridente terrazza affacciata sul mare Ionio. Luogo ideale per un corroborante soggiorno estivo, per chi ami trascorrere un’estate lontano dai frastuoni e al tempo stesso trovarsi a poca distanza dal litorale che da Soverato si estende fino a Copanello, e dai monti che costeggiano Serra san Bruno.

 

 

La storia

 

 

Di questo paese si hanno notizie storiche a partire dal XV secolo, allorché era un feudo della famiglia dei Morano che lo ebbe in proprietà fino a tutto il ‘400. Passò poi ai Borgia, principi di Squillace, che lo avevano sottratto ai Morano con la forza. Protagonista di questo fatto d’arme era stato Goffredo Borgia, fratello di Cesare, il Valentino, e di Lucrezia, sorretto da un gabellotto del luogo, tale Gironda. In seguito il feudo tornò ai legittimi proprietari in forza di un modus vivendi, con l’usurpatore Goffredo.

Nel 1494 Ferdinando I re di Napoli espropriò tutti i beni del Morano e li assegnò a Luca Sanseverino, barone di San Marco. Nel 1626, per vincolo matrimoniale, passò ai Sanchez de Luna i quali acquisirono il titolo di marchese. Infine, nel 1714, a questi succedettero i Sanseverino. Un decennio dopo fu riacquistato dai Sanchez de Luna che incardinarono il titolo di duca. A distanza di alcuni anni era questa famiglia di origine spagnola che lo alienò in favore  dei Castiglione Morelli che lo trasformarono in baronia.

Nel 1806 ebbe inizio l’eversione della feudalità a opera di Giuseppe Bonaparte e l’antico feudo di Gagliato fu trasformato in luogo appartenente al «governo» di Satriano. Con il successivo decreto istitutivo dei comuni, 4 maggio 1811, venne dichiarato comune del comprensorio di Chiaravalle Centrale.

 

La grangia certosina

 

 

Dell’antica grangia certosina di Gagliato resta ben poco. Quell’antico insediamento monastico ha sempre rivestito per la comunità gagliatese, ma anche per quelle dei paesi limitrofi, una grande importanza. Con un piccolo sforzo di fantasia è possibile immaginare come tra quei monaci  e la gente del luogo fosse in atto un reciproco rapporto di laboriosità e di preghiera.  Tempi remoti, di cui oggi non giunge altro che un’eco lontana, quanto suggestiva e toccante. Ancor vivo è invece il disappunto per l’insipienza di quanti permisero che i ruderi del vecchio convento passassero in mani private, e quindi manomessi e irrimediabilmente deturpati.

La data di fondazione è alquanto problematica. Esiste tuttavia un documento che fa supporre che essa  dovette essere costruita a partire dal XII-XIII secolo. Si Tratta di un atto di donazione, datato 14 novembre 1191, per mezzo del quale si assegnava al monastero di Santo Stefano del Bosco un podere nel territorio di Gagliato (prœdium positum in agro Galliati). La grangia dovette essere molto fiorente dal punto di vista economico.  Essa infatti amministrava un vasto feudo che ricadeva nei comuni, oltre a quello di Gagliato, di Satriano, San Sostene, Davoli e Argusto.

Tra le sue mura, fra l’altro, si spense padre Saverio Cannizzari, priore della certosa di Serra San Bruno dal 1766 al 1774, nonché profondo studioso di matematica e astronomia.  Ciò avvenne il 10 gennaio 1784, quasi esattamente un anno dopo il catastrofico sisma che devastò l’intera Calabria. Cominciò da quell’infausto evento la decadenza del cenobio: la Cassa sacra e i francesi, in fasi diverse, dapprima lo sospendevano e poi lo sopprimevano assorbendone tutti i possedimenti.

Uno studio più approfondito su questo personaggio e sulla sua permanenza in questo eremo mi riservo di riprenderlo quando il tempo a dispostone me lo consentirà. In ciò avvalendomi di un paziente ed encomiabile lavoro di ricerca minuziosa che fece per me, molti anni or sono, il bibliotecario della certosa di Serra San Bruno, padre Serafino Caminada. I documenti da lui rinvenuti negli archivi, e vergati di suo pugno con minuta calligrafia, mi sono preziosi e mi hanno permesso di scoprire questo aspetto riconducibile alla grangia gagliatese.

 

 

Mitico Ancinale

 

 

Il sito su cui sorgeva la grangia certosina sovrasta la valle dell’Ancinale, un grosso torrente che per molteplici aspetti è legato alla storia dei paesi i cui territori attraversa: Satriano, Gagliato, Argusto, Chiaravalle, Cardinale, Brognaturo, serra San Bruno. Notizie storiche lo vogliono teatro di memorabili avvenimenti. Plinio il Vecchio lo riporta con il nome di Caecinus e lo classifica tra i fumi navigabili del Golfo di Squillace.Ancinale-per-il-Sito.gif

Lo storico greco Tucidide scrive che «Lachete e gli ateniesi, scesi dalle navi… presso il fiume Cecino, catturarono circa trecento lo cresi che accorrevano per contenere la forza, con Pirosseno figlio di Capatone, e sottratte le armi andarono via». Si vuole anche che, risucchiato dalle acque, vi avesse dimora il citaredo locrese Eunomo. Leggende, sia chiaro. Di certo è che le sue acque furono visitate e percorse fin dall’antichità e che costituirono per secoli fonte di benessere.

Padre Fiore dice che «i primi a popolare quelle riviere» furono gli entri. Altri, per lungo tempo, cedettero di ravvisarvi la Sagra, il fiume su cui intorno al 580 a.C. diecimila lo cresi sbaragliarono più di centomila crotoniati. È probabile che, grazie a questa infondata interpretazione, la pianura antistante venne chiamata Sagrianum. Da qui il nome di Satriano, l’antica Cecilia, che sorge sull’altro costone sovrastante l’Ancinale.

A riguardo, il già citato storico cappuccino di Propani scrive: «Ritrovo vhe molti lo derivano dal vicino fiume, giusta il loro intendimento detto Sagra, ossia ne formano Saggiano, o pur Satriano. Ma con aperto errore; conciossiaché il fiume Sagra, già famoso per la rotta de’ Crotoniati, egli è sotto Castelvetere». E più avanti prosegue asserendo che Satriano trae nome «non già dal vicino fiume Sagra; ma piuttosto dal paese all’intorno, detto volgarmente Saynaro».

Oggi il mitico Ancinale ha subito drastica metamorfosi in seguito alla costruzione di una diga destinata ad alimentare una centrale idroelettrica. In prativa non esiste più. Un grande invaso, paramenti, canali di drenaggio, cunicoli, hanno preso il sopravvento. C’è da agrari che tutto ciò entri al più presto in funzione e che possa costituire un utile volano per l’economia locale.

 

 

Personalità

 

 

Sono tanti i calabresi che nel lavoro, nelle professioni, nelle arti si distinsero egregiamente e fecero onore alla loro terra. Alcuni operando fuori dalla Calabria. Vorremmo poterli enumerare tutti, cos’ come meriterebbero. Ma l’impresa è piuttosto ardua. Avessimo avuto più tempo e spazio ci saremmo soffermati sulla vita e le opere di uomini come l’arciprete liberale e massone Giovanni Coda, il sottotenente Guglielmo Gareri, il possidente terriero e più volte sindaco Gennaro Romiti, il reverendo Emanuele Calabretta, l’insegnante e saggista Vincenzo Passafari, l’insegnante e pubblicista Grazio Pitaro (nella foto mentre intervista Padre Pio, nel 1952), Grazio-Pitaro-con-padre-Pio.gifil giornalista Francesco Guzzi, l’architetto Giovanni Malafarina e tanti altri che popolano in questo momento e con tanta commozione la mia memoria e che purtroppo non sono più in mezzo a noi.

Quel poco spazio che ci resta voglio dedicarlo a tre personalità gagliatesi che maggiormente fecero palare di sé, in Calabria e fuori. Il primo visse molto addietro nel tempo: Giovanni Sanchez de Luna, marchese di Gagliato. Gli altri due appartennero alla nostra epoca: Domenico Vitale e Gianni De Luca, rispettivamente poeta e scrittore.

Di Giovanni Sanchez si sa poco. È probabile che egli discendesse da quel don Giovanni Sanchez de Luna che nel 1605 divenne feudatario di Gagliato. Fu un nobile e dovette essere molto colto se è vero, come egli stesso affermava, che «in riva allo Jonio » amava «conversare coi virtuosi ed assaporar i dolci frutti del Liceo, della Stoa e del Peripeto». Scrisse in Napoli un pamphlet, Fantasie capricciose, che pubblicato nel 1711 metteva alla berlina le famiglie aristocratiche rilevandone vizi e difetti. Pera la riservatezza degli argomenti trattati, il libro fu messo al bando e l’autore subì uno dei tanti processi che il suo esuberante carattere gli causarono.

Domenico Vitale fu il cantore, l’aedo, di questo paese. «Gagghjàtu, li Madùanni / passàru tutti ‘e ccà: / a ttia restàru ‘i sùanni / e a ricca povertà», così egli lo vede nella sua operetta dialettale di maggiore spessore poetico I zzìppuli. E altrove, riferendosi sempre alla sua terra, scrive: «Da le querce ombreggiata e dagli ulivi / aprica e silenziosa ti distendi; / il cielo abbracci, i poggi, i fuggitivi / jonici remi e d’alto amor m’accendi».

Nato a Soverato nel 1895, si trasferì a Gagliato, paese dei genitori, all’età di due anni. Si diplomò ragioniere nel 1914 e subito dopo partecipò volontario alla I guerra mondiale combattendo sulla Marmolada. Nel 1920 fu assunto al Credito italiano dove rimase per trent’anni, arrivando a conseguire il grado di direttore di filiale. Conobbe Filippo De Nobili e Vittorio Bufera stringendo con loro un intenso sodalizio culturale. Fu insignito di varie onorificenze, fra le quali quella di commendatore della Repubblica, cavaliere di Vittorio Veneto, accademico cosentino. Delle tante opere di poesie, in lingua e in dialetto, vanno segnalate I zzìppuli, Un cuoire nell’ombra, Il rio Sorgiorile, I canti dell’Ancinale e Ultime rose. Si spense a Gagliato nel 1982 dove volle essere sepolto.

Gianni de Luca nacque a Gagliato nel 1927. Giovanissimo si trasferì a  Roma dove studiò architettura e Belle Arti. Per oltre quarant’anni si dedicò al disegno con particolare predilezione per il fumetto che considerava «un linguaggio tutto da scoprire». La sua attività artistica si sviluppò attraverso varie fasi: pittura, scultura, grafica, incisione, affresco, scenografia. Ma fu la fumettistica il suo cavallo di battaglia, in cui esordì nel 1947 collaborando al Vittorioso, settimanale dell’Azione Cattolica per approdare al Giornalino, il mensile per ragazzi di Famiglia Cristiana.

Delle sue pubblicazioni spiccano in modo prevalente  una Storia illustrata dei papi e Romeo e Gulietta a fumetti. Suoi erano anche alcuni disegni che corredavano la rubrica d Raiuno Almanacco del giorno dopo. Nel 1971 vinse l’ambito premio internazionale «Yellow Kid» come migliore disegnatore dell’anno. Si spense a Roma nel 1991 e qui riposano le sue spoglie.

All’opera di questi uomini, al loro amore per la propria terra, guardano e si ispirano quanti operano per far sì che Gagliato, vezzoso paese al limitare delle Serre, sopravviva. E soprattutto perché quel patrimonio di  fervida operosità, per cui si contraddistinse in passato, non vada per sempre disperso.

  

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, 28 luglio 1996; lo stesso articolo, con opportuni aggiustamenti, l’autore ha pubblicato sul mensile della Giunta regionale della Calabria i Calabresi nel mondo, aprile 2000)