Ott 7, 2009 - Senza categoria    No Comments

MARIO SQUILLACE

 

 

 

 

PRETE, GIORNALISTA, SCRITTORE

UNA VITA PER LA FEDE E LO STUDIO

 

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A poco più di tredici anni dalla morte rimangono vive la figura e l’opera di Mario Squillace, lo studioso campanellino e prete impegnato in politica a promuovere il cattolicesimo democratico. Il comune di Montepaone, infatti, la terra che gli diede i natali, lo ha da poco celebrato con l’intestazione del locale istituto comprensivo. Una manifestazione solenne alla quale hanno preso parte i sindaci di Montepaone e Pazzano, rispettivamente Massimo Rattà e Salvatore Fiorenza, la dirigente scolastica Maria Spanò e l’onorevole Rosario Chiriano che ha tenuto la relazione introduttiva.

Canonico nella cattedrale di Squillace, di insegnante di sociologia al seminario pontificio e di religione al liceo «Galluppi» di Catanzaro, doin Squillace amava bensì lo studio  di tutto ciò che riguardava la Calabria. Andava fiero del suo essere calabrese. Una calabresità integrale, la sua, che affondava le radici in molto lontano. L’immagine più bella e commovente che chi ha conosciuto Mario Squillace conserva, è quella in cui egli, fosse dall’ambone o in cattedra, dalla tribuna di un convegno o durante una delle sue rare uscite pomeridiane, ripercorreva con trasporto  le varie tappe della storia della Calabria. In esse magnificava  le sue glorie del passato perché fossero di edificazione per il presente: da Ibico a Zaleuco, da Pitagora ad Alcmeone, da Nilo da Rossano a Gioacchino da Fiore, da Cassiodoro a san Bruno, da Tommaso Campanella a Bernardino Telesio, dal santo suo concittadino Basilio Scamardì a san Francesco di Paola, da Galluppi ad Alvaro.

A chi gli faceva osservare la triste realtà contemporanea; come anche in questa illustre  e nobile terra i valori che quegli uomini avevano impersonato fossero in caduta libera, egli rintuzzava citando colui che più di tutti lo aveva avvinto e affascinato: Tommaso Campanella. Le radici dei grandi mali del mondo, rispondeva con il filosofo di Stilo, «nel cieco amor proprio, figlio degno d’ignoranza, radice e fomento hanno». E aggiungeva, con disarmante candore, che dal decadimento morale, caratteristica, a suo dire, non soltanto di una specifica regione e nemmeno di una singola nazione, essendo il fenomeno di  dimensioni planetarie, si sarebbe potuto uscire    mediante «un nuovo umanesimo»; attraverso la ricollocazione dell’uomo, del suo essere microcosmo e del suo mistero, al centro del mondo.

Grande fu l’entusiasmo con cui accolse l’enciclica Redemptor hominis di Giovanni Paolo II. Ne fu persino  lusingato, non  tanto per aver visto  giusto, quanto per aver trovato nel papa venuto dal freddo un autorevole sostegno alle sue convinzioni. Un altro suo punto fermo, che forse si può definire il filo conduttore di tutta la sua vita di studioso, la peculiarità che contraddistingue la sua figura di prete «impegnato», è il binomio tra cultura ed evangelizzazione. In lui è forte la convinzione che la cultura fine a se stessa è poca cosa, sterile erudizione. Al contrario essa si carica di significato se è mirata a nobili finalità. Ed ecco che diviene strumento, veicolo, tramite per un più ampio progetto di evangelizzazione. Questo rapporto, egli scrive nella sua ultima fatica letteraria Nostalgia di una  terra , «è stato ed è il punto nodale sul quale si misura l’impegno della Chiesa e del cristiano oggi».

È questa la chiave interpretativa per capire appieno Mario Squillace prete-scrittore-giornalista, studioso della realtà sociale  in cui vive e opera, decisamente convinto che la cultura e un uso razionale dei mass media possano rivelarsi un valido supporto al ministero pastorale. Nel suo essere sacerdote fin in fondo, Mario Squillace non fu sfiorato dal minimo dubbio. Prova  ne è che, allorquando si trovò in disaccordo  con le gerarchie diocesane e ne subì gli ingiusti furori, egli rimase coerente con se stesso accettandone i provvedimenti con serenità di coscienza e fede in Dio. Fu una pagina triste per la vita di don Mario quella che vide lui, giovane prete nel suo pieno  rigoglio, oggetto di ingiusti quanto anacronistici provvedimenti disciplinari da parte di una Chiesa locale ancora riluttante ad accogliere le grandi novità del Concilio Vaticano II.

Nato a Montepaone (CZ) il 7 dicembre 1927, Francesco Salvatore Mario Squillace, terminata l’istruzione primaria e secondaria, frequentò con profitto gli studi  teologici   nell’istituto  « Pio XI » di Reggio Calabria; il seminario di Catanzaro era ancora inagibile a causa dell’incendio occorsogli la sera del 21 settembre 1941 che lo aveva pressoché distrutto. Di questa sua permanenza nella Città dello stretto, Squillace ricorda  la «nobiltà d’impegno» dei padri gesuiti  che «hanno educato diverse generazioni di sacerdoti calabresi», e  l’affetto di suoi compagni seminaristi che rispondono ai nomi di Mauro Fotia, Giuseppe Agostino, Serafino Sprovieri, Andrea Cassone. E poi ancora, «il taglio di un ciuffo di capelli da parte di mons. Antonio Lanza, … il diaconato  conferitomi dal metropolita  mons. Giovanni Ferro il 23 dicembre 1950». Infine l’ordinazione sacerdotale, il 1. gennaio 1952, da parte di mons. Armando Fares, arcivescovo di Catanzaro e vescovo di Squillace.

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Da questo momento incomincia per il neosacerdote un’intensa opera pastorale sorretto da uno «smisurato bisogno di conoscere e di sapere». Nell’ottobre dello stesso anno venne destinato a Pazzano ( RC ) in qualità di parroco e vi rimase per quasi trent’anni. Dal suo paesetto adottivo alle falde  delle Serre, don Mario strinse rapporti di amicizia con le personalità più rappresentative del movimento cattolico democratico e con uomini di cultura calabresi. Sulla scia dell’opera e dell’insegnamento di religiosi schierati nel promuovere la presenza cristiana nel sociale, come Carlo De cardona, Luigi Nicoletti, Francesco Caporale, si trovò immerso quasi spontaneamente in un movimento di intellettuali e uomini politici intenzionati a continuarne l’opera. Gli furono vicini Riccardo Misasi e Antonio Guarisci, Sebastiano Vincelli e Rosario Chiriano. E ancora, Luigi Firpo e Gaetano Cingari, Umberto Caldora e Francesco Russo, Fortunato Seminara e Sharo Gambino.

Nel novembre del 1981 l’arcivescovo di Catanzaro mons. Antonio Cantisani lo volle nel capoluogo calabrese perché vi si dedicasse completamente all’insegnamento di sociologia e di religione, nominandolo, poco dopo, canonico del Capitolo cattedrale di Squillace. Questi suoi nuovi incarichi non sminuirono affatto la sua opera pastorale  e culturale che continuò a essere intensa come prima con prediche, conferenze e dibattiti dappertutto in Calabria.

Nel frattempo aveva dato alle stampe una gran mole di scritti fra i quali vanno ricordati  Calabria democratica, Calabria vecchia e nuova, Il Patto Gentiloni in Calabria, Un impegno per la Calabria, I cattolici e la Calabria.

Giornalista pubblicista, molto prolifica fu la sua collaborazione a giornali e riviste come  L’Avvenire di Calabria, Gazzetta del Sud, Tribuna del Mezzogiorno, Il Giornale di Calabria, L’Avvenire, L’Osservatore Romano, nonché  fu fondatore e direttore di Vivarium, la rivista dello studio teologico di Catanzaro, e del quindicinale Comunità nuova. Don Mario Squillace fu intraprendente, instancabile, animato da un fervore giovanile fin a un anno  dalla sua morte, che avvenne a Montepaone il 10 novembre 1992.

 

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Paginatré, 15 maggio 2006)