Ott 7, 2009 - Senza categoria    No Comments

LA CALABRIA CHE VORREI

  

  

GIANFRANCO FUNARI E…

LA SUA ANALISI DA MERIDIONALISTA

 

  

 

Poco più d’un anno fa moriva Gianfranco Funari. Ed è a lui che la mia mente è subito corsa, come un riflesso plavoviano, non appena, alcuni giorni fa, mi son sentito chiedere da parte di alcuni amici: “Che Calabria vorresti per l’immediato futuro?”. La mia risposta è stata altrettanto lapidaria della domanda: “Quella di Funari”. Non sto qui a descrivere lo stupore e gli ammiccamenti di incredulità dei miei interlocutori, convinti che stessi delirando o al più ironizzando su una questione piuttosto seria. No, non stavo farneticando né scherzando. Ma era una boutade fatta a ragion veduta e che mi provo qui ad argomentare. Sperando che quei miei amici abbiano la possibilità di leggere queste mie riflessioni.

Funari, dunque. Sulle sue doti di intrattenitore, ex cabarettista, ex polemista televisivo, si è detto e scritto abbondantemente. In lui vi era però un aspetto sconosciuto e che sfugge ai più: l’acume, o per meglio dire, l’stinto dello studioso meridionalista. Senza essere, beninteso, né un economista né tanto meno un meridionalista. Il perché è presto detto.

Anni fa il famoso anchorman ebbe la ventura di conoscere da vicino la Calabria per essere stato invitato a non ricordo bene quale manifestazione. Soggiornò per più giorni, visitò le nostre città e i nostri paesi, poté parlare con le persone che incontrava nei caffè e lungo i marciapiedi. Alla fine del suo tour calabrese, se ne tornò negli studi televisivi del network per cui lavorava dopo essere stato estromesso dalla Rai. E se ne uscì con, a mio parere, la più scientifica ed eloquente analisi sul Mezzogiorno e la Calabria. Come nessun altro, da Salvemini a Villari, da Fortunato a Saraceno (e scusate se è poco), era stato capace di elaborare.

Che cosa disse, in concreto, Gianfranco Funari, di tanto dirompente e di così inaudito? In sostanza disse questo. Ho avuto l’occasione di conoscere da vicino la Calabria, una terra incantevole, meravigliosa, ricca di innumerevoli risorse. Naturali. Economiche. Umane. Sì, umane. Tanto da riuscire a cambiare in pochissimo tempo il proprio triste destino. Se solo lo si volesse. Se solo si avesse la volontà. In che senso? Nel senso che ho constatato che c’è una moltitudine di persone, giovani e meno giovani, dotate di smisurata cultura, grande competenza, enorme entusiasmo di fare, di operare, di impegnarsi per la propria terra. Che hanno le idee chiare su cosa fare e come fare.

Ebbene, queste persone, giovani e non più giovani, sono tenute ai margini. Molte di esse non riescono a emergere. A realizzarsi. Trovano ostacoli che gli impediscono di esprimersi e affermarsi. Che le inibiscono. Gli tarpano le ali. Tante altre sono letteralmente disoccupate; una buona percentuale rischia di diventarlo a vita. È triste, credetemi, vederle bighellonare per le strade principali delle città! A questo scenario, sono pressappoco le conclusioni di quel discorso, si contrappone un’altra realtà: quella costituita da inetti che arrivano a occupare persino posti ragguardevoli… Che condizionano la vita di quella moltitudine. Una società, tutto sommato, rovesciata. Capovolta. Che cammina a testa in giù…

Ecco, se vogliamo davvero capire le cause dei nostri problemi quotidiani e del perché non riusciamo a uscire dallo stato di precarietà e subalternità in cui ci troviamo rispetto al resto del Paese, ma anche dello stesso Mezzogiorno, penso che sia il caso di prendere in considerazione la riflessione di Funari. Anzi, questa che mi piacerebbe battezzare “Sindrome Funari” la dobbiamo tenere presente come discrimine, come causa dirimente da cercare di rimuovere e dalla quale partire per dare un futuro a questa regione. Perché, diciamolo sinceramente e con il cuore in mano: fintanto che non si prenderà coscienza della necessità di coinvolgere e responsabilizzare le migliori energie di cui questa terra dispone, prima che scappino via come sta purtroppo avvenendo, e come è successo in passato, gli indicatori economici peggioreranno sempre di più.

Finché non saremo in grado di liberare, come da un vaso di Pandora all’incontrario, tutte le risorse, le potenzialità e le intelligenze che tuttora giacciono inutilizzate, rapporti tutt’altro che esaltanti come quelli sfornati di recente dalla Svimez e da Bankitalia ce ne cadranno addosso più numerosi e più pesanti. E noi non sapremo fare altro che piangerci addosso. Come abbiamo sempre fatto. Non dimentichiamolo, Sarkozy in Francia ha costituito una commissione affinché vengano individuate le migliori energie e liberate tutte le risorse che quel Paese possiede in fieri (la cosiddetta Commissione Attali). Qualcosa di simile, fatte le debite proporzioni, dovremmo fare noi in Calabria.

Capisco che questo, detto così, sicuramente con molta semplicità e ingenuità, può sembrare quella “cosa semplice, difficile a farsi” di brechtiana memoria. Si dovranno rimuovere montagne di pregiudizi, egoismi e gelosie, interessi consolidati e corporativismi… Ma tant’è. La strada da percorrere è proprio questa se si vuole perseguire un credibile rinnovamento. Altrimenti non vedo quale altro futuro e quale prospettiva di sviluppo potrebbero esserci per la Calabria. Strada che, d’altra parte, Funari, nel suo piccolo, e non preso in considerazione, aveva intuito appieno e preconizzato con grande lucidità, rabbia e amarezza. Più di due lustri fa e nello spazio di soli pochi giorni.

 

 

 

 

 

Francesco Pitaro