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Ott 12, 2009 - Storia    No Comments

VEXATA QUAESTIO

 

 

 

 

 

 

 

 

MASSONERIA E CHIESA CATTOLICA

DALLE SCOMUNICHE  AL DIALOGO

 

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Simboli massonici 

 

 

 

«Per sbarrare la via tanto larga che potrebbe condurre alla penetrazione non punita dell’ingiustizia… abbiamo ritenuto giusto e abbiamo deciso di condannare e proibire società, circoli, associazioni segrete, assemblee o bande clandestine note come massoni…». Con queste parole, dal tono fermo e deciso, tratte dall’enciclica In eminenti apostolatus specula, Clemente XII aprì ufficialmente le ostilità  della Chiesa cattolica contro la Massoneria il 24 aprile 1738.

L’annoso conflitto Chiesa-Massoneria viene riproposto con forza oggi in occasione della pubblicazione del XXI volume degli Annali della Storia d’Italia edito da Einaudi. La ponderosa pubblicazione, La Massoneria in La Storia d’Italia, pagg. XXXII-850, € 85, è curata dal filosofo Gian Mario Cazzaniga, docente di filosofia morale all’università di Pisa. Di notevole interesse i capitoli in cui si affronta il dialogo tra le due sfere che «dopo il Concilio Vaticano II ha avuto applicazioni diverse all’interno dei vari cleri nazionali: più aperto in Italia e Francia, meno in Germania». Quanto a Benedetto XVI, poi, che da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede si era particolarmente distinto – come si dirà più avanti – in quanto a fermezza e intransigenza, dallo studio di Cazzaniga emerge come egli non cerchi «lo scontro, ma la riaffermazione di una identità teologica che ritiene incompatibile con il pluralismo filosofico della massoneria».

Da qui lo spunto per ripercorrere le tappe salienti che da quella sera del 24 giugno 1717, allorché nella taverna «All’oca e alla graticola» del cortile della cattedrale di San Paolo a Londra nasceva la Gran loggia d’Inghilterra, conducono alle problematiche odierne. Con particolare enfasi al ruolo che vi ebbe la Calabria con i suoi tanti protagonisti, molti dei quali religiosi.
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 A. Jerocades e D. Angherà   

 

 

Da quello storico pronunciamento di papa Corsini, dunque, si  assistette nel corso degli anni a un vero fuoco di fila di scomuniche nei confronti della libera muratoria. Fin a tutti i secoli XVIII e XIX, infatti, non ci fu pontefice che non prese di mira i seguaci di Hiram: da Benedetto XIV con la bolla Providas romanorum pontificum (6 maggio 1751) fin ad arrivare a Leone XIII, ultimo successore di Pietro che scagliò anatemi antimassonici, con la Humanum genus del 20 aprile 1884. Ma non che con il papa della Rerum novarum gli strali agli uomini in cappuccio, grembiule e maglietto siano cessati definitivamente. Tutt’altro. Questi, da parte loro, non perdevano occasione per rendere pan per focaccia: dalle pantagrueliche abboffate – il Venerdì Santo – per le vie di Roma, alle inaugurazioni di monumenti (Giordano Bruno, in Campo dei Fiori; Mazzini sull’Aventino; Garibaldi sul Gianicolo) in cui si approfittava per dare la stura a invettive anticlericali. Fin ad arrivare alle sistematiche pressioni parlamentari attraverso le proprie lobby contro l’insegnamento religioso nelle scuole dell’obbligo e la stessa presenza del crocefisso in classe e negli uffici pubblici.

Fu appunto sulla prima questione che, nel 1908, si consumò il primo scisma massonico nell’obbedienza di Palazzo Giustiniani, in seguito al quale nacque la Gran Loggia di Piazza del Gesù. Artefice fu il calabrese Saverio Fera (Petrizzi, 1850 – Firenze, 1915), parlamentare liberale e pastore protestante che fece cadere la cosiddetta mozione Bissolati (anche se in effetti era di Moschini) con la quale si chiedeva di «assicurare il carattere laico della scuola elementare, vietando che venga impartito, sotto qualsiasi forma, l’insegnamento religioso». Era interesse di Giolitti, proteso a non deteriorare ulteriormente i rapporti fra laici e cattolici, che quella mozione non passasse. E la mozione non passò. Grazie anche ai buoni uffici offertigli dal suo braccio destro, amico intimo di Crispi ed ex garibaldino, Fera, con una maggioranza schiacciante di no, 347, a fronte di soli 60 sì. Si consumava in tal modo, il 24 giugno 1908, «giorno sacro ad un nuovo san Giovanni… Giolitti», come scrive Aldo Alessandro Mola, la più grave scissione della massoneria italiana.

In Calabria la contrapposizione tra Chiesa e Massoneria non era stata fin a quel punto così netta e lineare. Nel senso che il pensiero d’Oltralpe aveva paradossalmente attecchito proprio nel suo stesso seno, per opera di quei religiosi più esposti agli «allettamenti» culturali illuministi, sensisti e giansenisti e che si contrapponevano alla maggioranza del clero. Fu, appunto, l’abate Antonio Jeròcades (Parghelia, 1738 – Tropea, 1803), che diede vita alla prima loggia di liberi muratori in Calabria, convenzionalmente riconosciuta, e all’opera La lira focense, considerata la più alta espressione poetica di ispirazione massonica. Jeròcades, a sua volta, era stato discepolo al seminario di Tropea di Giovanni Andrea Serrao (Castelmonardo, 1731 – Potenza, 1799), vescovo di ispirazione giansenista ed egli stesso in stretto contatto con associazioni esoteriche.

Jeròcades, da parte sua, fu in seguito professore al seminario di Catanzaro di un altro abate massone, Gregorio Aracri (Stalettì, 1749, Catanzaro, 1813), che informò tutta una generazione di giovani agli ideali di Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Giovani, come Luigi Rossi e Gregorio Mattei, che finirono al patibolo in piazza Mercato dopo il fallimento della Repubblica napoletana nel 1799. Altri uomini di chiesa varcheranno le porte del tempio massonico nella fase risorgimentale e oltre: da Giuseppe Monaldo di Filadelfia ad Antonio Greco di Catanzaro (che sedette anche nel primo parlamento del Regno d’Italia),  da Gregorio Di Siena di Montepaone a Giovanni Cervadoro di Maida. Quest’ultimo, nel 1811, diede vita a una propria loggia denominata I Filadelfi Melanici, e successivamente, nel 1820, a una vendita carbonara, I conservatori della libertà, con sede nella chiesa del Rosario del proprio paese. Ma su tutti spicca la figura di Domenico Angherà (Potènzoni, 1803 – Napoli, 1881), arciprete di San Vito sullo Jonio, che il 10 agosto 1861 fondò a Napoli il Grande Oriente, trasformatosi in seguito in Supremo consiglio di Napoli, e che da molti è considerato l’antesignano del Grande Oriente d’Italia. Fu anche maestro venerabile della loggia «Sebezia» e componente del «Supremo consiglio dei 33».

Dopo Leone XIII non vi furono, è vero, altre scomuniche. Se non che il codice canonico promulgato nel 1917 prevedeva all’articolo 2.335 che «aderire a una setta massonica o ad altre associazioni dello stesso genere che si dedicano a macchinazioni contro la Chiesa… equivale a contrarre una scomunica semplicemente riservata alla Sede Apostolica». Il che, ovviamente, voleva significare che in Vaticano la situazione non era affatto mutata rispetto a trent’anni prima.

Alla seconda sessione del Concilio vaticano II, però, agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, il vescovo messicano Mendez-Azceco chiese che venisse accolta nel seno della comunità cattolica «la maggioranza credente della Massoneria» che si differenziava dai «pur numerosi anticristiani» che operavano sotto le sue volte stellate. Era un chiaro segnale che qualcosa si stava muovendo, ancorché lentamente. Sicché con il nuovo diritto canonico, promulgato il 25 gennaio 1983, quel tanto invocato ed esecrato al tempo stesso articolo fu soppresso. Ma, tanto per chiarire le cose e non si desse adito a facili trionfalismi,  il 26 novembre di quello stesso anno intervenne una Declaratio dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, nelle vesti di prefetto dell’ex Sant’Uffizio, che in pratica riapriva l’antica controversia. Vi si legge infatti che «i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione».

Tuttavia è notorio che in Italia incontri bilaterali, più o meno ufficiosi, avvengono fin dal 1969, fortemente voluti e promossi – da parte cattolica – dal gesuita Giovanni Caprile e dal paolino Rosario Francesco Esposito. Questi, in particolare (autore peraltro di un pregevole volume: La Massoneria e l’Italia, Edizioni  Paoline, 1979,  in cui ricostruisce la storia della società iniziatica ed esoterica della penisola, dalle origini ai giorni nostri), è quello che più conseguentemente si batte per il riconoscimento e la legittimità della doppia appartenenza. «Gli incontri diretti tra rappresentanti delle due istituzioni – ha affermato in un convegno a Firenze di alcuni anni fa – si sono moltiplicati sotto tutti i cieli». Chi sosteneva, commentava padre Esposito in quella circostanza, che Massoneria e Chiesa  «sono due linee parallele che non si incontreranno mai», affermava quanto di più falso ci potesse essere, «perché stavamo proprio incontrandoci». E si sa: «Chi litiga, prima o poi arriva al dialogo».

 

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Paginatré, 8 giugno 2006)

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