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Gen 5, 2010 - Storia    No Comments

Archeologia industriale in Calabria

 

 

 

 

 

QUELL’INDUSTRIA NEL CUORE DELLE SERRE

CHE AVREBBE POTURO CAMBIARE LA STORIA

 

 

 

Un’industria in Calabria, per di più con un potenziale occupazionale di 1.500 operai, su una popolazione di meno di un milione di abitanti, è cosa che a noi oggi, considerati i problemi con i quali ci dibattiamo quotidianamente, appare a dir poco surreale. Un qualcosa da associare, tanto per avere un’idea, alla mitica età dell’oro di virgiliana memoria.

Eppure, per oltre un secolo (dal 1771 al 1874), sulle alture delle Serre, esattamente a Mongiana, furono attive le Regie ferriere e Fabbrica d’armi. Come dire il più grande complesso siderurgico del Mezzogiorno. Una fabbrica voluta da Ferdiando IV di Borbone che arrivò a produrre, nel settore bellico, fin a  tremila fucili all’anno (famoso il modello Mongiana), e che sfornò manufatti di ingegneria civile d’avanguardia, per quei tempi, in tutta la penisola, come i ponti di ferro sui fiumi Cadore e Garigliano (1825-28) e le linee ferrate della tratta Napoli-Portici (1839).Foto-Mongiana.gif

 La storia di quell’insediamento industriale viene oggi riproposta in un interessante saggio storico-economico di Vincenzo Falcone, Le ferriere della Mongiana, un’occasione mancata, città-calabria edizioni, per i tipi Rubbettino di Soveria Mannelli. L’occasione per parlarne è stata promossa dall’associazione culturale “Gianni De Luca”, con sede a Gagliato (CZ), che ha preso lo spunto da questo saggio per  una riflessione sugli effetti positivi ma anche negativi che il processo risorgimentale e unitario provocò sullo scenario economico e sociale del Mezzogiorno e della Calabria in particolare. E ciò alla luce dell’imminente scadenza del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia per la quale sono in corso i preparativi di celebrazione. Sono intervenuti al dibattito l’autore del saggio, il presidente dell’associazione organizzatrice, Domenico Aspro, il segretario generale regionale della Cgil, Sergio Genco, il sindaco del paese, Francesco Fodaro, e chi scrive; ha coordinato i lavori il giornalista Vincenzo Iozzo.

È un’opera, questa, in cui l’autore, economista, docente di Politica economica all’università Magna Græcia di Catanzaro, sottosegretario agli Affari della Presidenza della Regione Calabria e per dieci anni (dal 1994 al 2004) segretario generale del Comitato delle regioni dell’Ue a Bruxelles, mette in luce con acribia come «una parte della popolazione calabrese si è confrontata con il lavoro in fabbrica, anche se in condizioni molto difficili e, a volte, disumane».

E appunto l’essere riuscito a inquadrare la secolare evoluzione delle ferriere di Mongiana dalla particolare specola delle condizioni di quella che l’autore, con raffinatezza e sottigliezza stilistica, definisce «categoria» degli operai (quasi a voler fare una netta distinzione con il concetto marxiano di «classe operaia» che in Calabria e nel Meridione si invereranno, se mai si sono veramente inverate, molto tempo dopo) che costituisce la vera cifra di questa pubblicazione. 

Le ferriere di Mongiana in una stampa d'epoca.gifTuttavia, sebbene non avesse ancora preso corpo una vera e propria coscienza di classe e non esistessero organismi di tutela dei lavoratori, non mancarono le proteste, più o meno spontanee, e le ribellioni. «Continue e ripetute – scrive infatti Falcone – furono le lamentele e le rimostranze da parte della manodopera contro l’atteggiamento dei militari che, a parte qualche eccezione, non si mostrarono certo sensibili rispetto ai reali bisogni dei lavoratori, sfruttati di continuo a tutti i livelli professionali». E ciò a fronte di una realtà in cui a farla da padrone erano «trattenute, imbrogli furti scientifici e furti per disperazione» e dove scarsissima era la «sensibilità nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie» da parte dei governi che si sono succeduti.

Altrettanto lucido l’autore si dimostra nell’enucleare le concause che determinarono la morte per consunzione di questa esaltante esperienza.  Prime su tutte le calamità naturali, vero e proprio flagello storico per questa regione: «i terremoti del 1783, l’epidemia di vaiolo del 1785-86, le alluvioni e le inondazioni del 1792-95, l’epidemia di colera del 1848, le esondazioni del 1854». Altre cause sono da attribuire a scelte politiche in parte sbagliate, in parte condizionate dalle particolari congiunture e dall’andamento del mercato internazionale. Senza contare le annose carenze infrastrutturali. Come per esempio «le difficoltà di trasporto che il prodotto finito avrebbe incontrato per raggiungere i centri di consumo». Il che si riverberava inevitabilmente sui lavoratori, i quali per sopperire agli alti costi di trasporto, e per rendere competitivi i prodotti, «dovevano aumentare la produttività con l’aggravante di una diminuzione di salario».

Oltre a tutto ciò vi erano forse delle difficoltà oggettive fin dalla loro fondazione e che c’è da presumere siano state sottovalutate o sottaciute. «Non si può disconoscere – è la scientifica analisi di Vincenzo Falcone – che l’impianto delle ferriere in luoghi montani ed isolati, la distribuzione spaziale degli stabilimenti e la mancanza di strade carrabili, poco rispondevano alle esigenze di uno sviluppo strutturale delle ferriere». A questo va aggiunto, per soprammercato, il fatto che la direzione e la gestione  dell’industria erano affidate a personale militare  «che certo, a parte qualche eccezione, non brillavano per capacità prospettiche e che, in alcuni casi, sfruttavano, in modo disumano, gli operai e la povera gente».

Ciò nondimeno e attraverso rivolgimenti storici e capovolgimenti istituzionali (repubblica napoletana del 1799, decennio francese, 1806-1812, spedizione dei Mille e unità d’Italia, 1860-61) la fabbrica continuò ad operare e ad esportare. Sicché nel 1812, in pieno regime murattiano, si ebbe un incremento considerevole di produzione, anche se subì una leggera riconversione (in prevalenza proiettili) in funzione delle esigenze belliche francesi.

Dopo la restaurazione borbonica (1815), e nonostante gli impegni di cospicui aiuti finanziari, regolarmente disattesi, che Ferdinando II fece nel corso di una sua visita a Mongiana (1852), si imboccò una parabola che, di dismissione in dismissione, condurrà alla definitiva chiusura. Non prima, però, che si registrasse un effimero e inopinato sussulto nel 1857 quando la produzione raggiunse il punto di massima intensità di tutta la sua esistenza.

Con l’avvento dell’unità d’Italia si registrò «prima il declino e poi la chiusura delle ferriere di Mongiana». Il periodo compreso tra il 1860 e il 1870, infatti, è tutto il Mezzogiorno ad essere «in ginocchio, senza commesse industriali e con un’imposizione fiscale che raggiunse l’87% d’incremento» al decennio precedente. Vengono inoltre «privilegiati l’Ansaldo e l’Arsenale di  La Spezia, rispetto a Petrarsa ed ai cantieri di Castellamare di Stabia». In un contesto siffatto era giocoforza che le ferriere di Mongiana si avviassero verso la definitiva soppressione. Esse vennero difatti chiuse nel 1771 e vendute nel 1874 per un milione di lire, unitamente al patrimonio boschivo annesso, al deputato ex garibaldino Achille Fazzari, che si aggiudicò la gara al «pubblico incanto».Copertina.JPG

Quali, dunque le cause, della frantumazione di un sogno per il profondo sud, il cui spettro ha continuato ad aleggiare sui diversi tentativi falliti di industrializzazione fin ai giorni nostri? A parte le cause strutturali – sono le considerazioni finali di Falcone –, come speculazioni, imposizioni fiscali, furti legalizzati, concorrenza sleale», isolamento geografico ecc.,  vi è qualcosa di politico.

Nel senso che, spiega l’autore del saggio, «riteniamo che il maggior responsabile di tale processo involutivo sia stato il governo del Regno d’Italia. Le cui nuove esigenze hanno spinto a non voler coniugare la modernizzazione del Meridione e della Calabria con lo sviluppo industriale dell’intero Stato unitario».

Se le cose fossero andate diversamente le ferriere di Mongiana «avrebbero contribuito certamente a risollevare il destino delle popolazioni calabresi e meridionali». E forse, aggiungiamo noi, il destino di questi popoli avrebbe avuto una piega ben diversa di quella fatta prevalentemente di emigrazioni che ha segnato tutto il Novecento. Ma, ben lo sappiamo purtroppo, la storia non si fa con i se. E quella esaltante parentesi, iniziatasi con i Borbone e conclusasi poco dopo la tanto agognata unità d’Italia, ancor oggi contribuisce a farci instillare il dubbio che forse fu «un’occasione mancata» di cui oggi ne scontiamo ancora le conseguenze.

 

 

(Francesco Pitaro in Calabria Letteraria, Gennaio-Febbraio-Marzo, 2008; rist. 2009)

 

 

 

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