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Lug 29, 2010 - Storia    No Comments

Lo sbarco dei Mille in Calabria

LO STRATAGEMMA DI GARIBALDI A MELITO PORTO SALVO

 

 

«Lo sbarco in Calabria non fu meno audace, né men fortunato, dello sbarco a Marsala». Così Giuseppe Bandi, il celebre scrittore garibaldino, nelle sue memorie “I Mille: da Genova a Capua”. Basterebbe solo questa annotazione per dare la misura delle difficoltà dell’operazione che prevedeva il passaggio delle camicie rosse in continente. Che se non fosse stato per una trovata geniale di Garibaldi difficilmente si sarebbe potuto realizzare, mettendo così a repentaglio l’intera impresa della conquista del Regno delle Due Sicilie.Presa di Reggio Calabria in una stampa della Reccolta Bertarelli.jpg

Gli ostacoli che vi si frapponevano erano oggettivi. In primo luogo l’opposizione di Vittorio Emanule II, e in particolare di Cavour, il quale si sarebbe adoperato per convincere Garibaldi a desistere da un’azione che avrebbe creato non pochi problemi con la diplomazia internazionale. E a un telegramma del sovrano sabaudo che chiedeva «di far cessare la guerra fra italiani e italiani» il generale rispondeva in modo assertivo facendo presente «in quale imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva, in faccia alle popolazioni del continente napoletano». Poi per il fatto che gli insorti non disponevano di navi in grado di fronteggiare la flotta borbonica che stazionava nelle acque dello Stretto. Infine in Calabria vi erano pur sempre delle guarnigioni che ne sorvegliavano i punti più strategici e disponevano di qualcosa come sedicimila uomini. L’unità di sbarco garibaldina ne contava invece all’incirca quattromila.

Insomma, come scrive lo storico inglese Denis Mack Smith (“Garibaldi, una grande vita in breve”, Laterza, 1970), «era essenziale far presto». E a tale scopo erano stati approntati a Taormina, in località Giardini, due piroscafi, “Franklin” e “Torino”. Già da dieci giorni erano sbarcati nei pressi di Scilla Benedetto Musolino e Giuseppe Missori con duecento uomini e il compito di occupare il forte di Altamura. La consegna era che questi ultimi si ricollegassero a Garibaldi attraverso la via dell’Aspromonte. Successivamente, il 24 agosto, sarebbero stati raggiunti dal colonnello Enrico Cosenz, con gli ottocento volontari della terza divisione di rinforzo sbarcati a Palermo all’incirca un mese prima.

La sera del 19 agosto i natanti presero il largo: sul primo, comandato dal capitano Felice Origoni, era salito Garibaldi assieme a «mille e duegento uomini, cioè qualcuno di più di quanto ne potesse portare comodamente», come annota Banti. Il secondo era comandato da Bixio e trasportava «quasi tremila volontari». Giunti in piena notte nello specchio di mare antistante Melito Porto Salvo, tra Capo dell’Armi e Capo Spartivento, il “Torino”, spinto con irruenza dal “luogotenente di ferro” e a tutto vapore, si arenò; così come gli era capitato nel porto di Marsala con il “Lombardo”. Ci vollero due ore per evacuare di uomini e mezzi il natante prima di abbandonarlo a se stesso.

Garibaldi, intanto, sul “Franklin”, fece in tempo a doppiare il promontorio e si imbatté in due navi nemiche, la “Aquila” e la “Fulminante”. Un eventuale scontro sarebbe stato manifestamente impari perché, come continua a riportare il memorialista toscano, «il “Franklin” era privo di artiglierie» e per giunta era «sopraccarico di gente disavvezza al mare». Sicché, dopo interminabili attimi di incertezza, il Generale ordinò di issare bandiera americana. Seguirono alcuni conciliaboli, studiatamente un po’ in inglese e un po’ in italiano, e alla fine «le navi borboniche lasciarono il “Franklin” continuare la sua corsa e virarono di bordo». Poco dopo ingaggiarono una «ridicola battaglia» contro il “Torino” distruggendolo a cannonate.

Probabilmente le cose non andarono secondo la versione esposta da Bandi e che la storiografia ufficiale – cioè dei vincitori – ha fatto propria. Verrebbe molto più realisticamente da credere che una qualche intelligenza tra i contendenti vi sia stata. È ciò che sostiene la pubblicistica di parte borbonica. In particolare lo storico contemporaneo agli avvenimenti trattati, Giacinto De Sivo (“Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”), che a questa componente conferisce attendibilità e rilevanza.

 

 

 

(Francesco Pitaro, in Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo in Calabria, 29 luglio 2010)

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