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Apr 8, 2011 - Storia    No Comments

Cinquant’anni fa la storica visita

 

 

 

QUANDO FANFANI ELARGIVA SPERANZE AI CALABRESI

 

 

 

 

Cinquant’anni fa in Italia erano in corso, come oggi – con i debiti distinguo, ovviamente – i festeggiamenti per i cento anni dell’unità nazionale. La lira era stata da poco insignita dal Financial Times dell’Oscar delle divise per aver raggiunto la parità secondo le condizioni imposte dal Fondo monetario internazionale. Si era in pieno boom economico con una produttività industriale col vento in poppa. La Cassa per il Mezzogiorno infine, sebbene istituita nel 1950, compiva dieci anni di effettiva attività.Amintore Fanfani in visita per sei giorni in Calabria nell'aprile 1961.jpg

Ma nonostante il lungo periodo di interventi straordinari il Mezzogiorno, e con esso la Calabria che ne era il fanalino di coda,  segnavano il passo. E già cominciavano a inquietare i sonni della classe dirigente al governo.  Fu in quel frangente, tra marzo e aprile del 1961, che l’allora presidente del Consiglio dei ministri Amintore Fanfani, a capo di un “monocolore” democristiano, giunse alla conclusione che «poteva tornare utile un viaggio in Calabria».

Accompagnato da un folto seguito composto, fra gli altri, dal ministro per il Mezzogiorno, Giulio Pastore, e dai due calabresi Vittorio Pugliese e Tommaso Spasari, sottosegretari, rispettivamente, alla Difesa e ai Lavori pubblici, l’ex “professorino” della Comunità del porcellino vi stette quasi una settimana. Dal 13 al 18 aprile, infatti, assieme alle città capoluogo di provincia, visitò ben cinquanta paesi grandi  e piccoli lungo i due litorali. Fu un vero tour de force in cui il presidente non si negò a nessuno: prefetti e amministratori provinciali, sindaci e gente comune.

“Viaggio di lavoro” fu la definizione ufficiale di quella visita. Anche se il protagonista, giunto al termine della sua permanenza, sembrò volerle conferire un tono quasi messianico. E parlò di «pellegrinaggio volto a rendere testimonianza dell’affetto e della cura nostra per la vostra terra» nella «speranza» che ciò servisse «a richiamare l’attenzione di tutt’Italia sul problema calabrese». Su chi fossero riposte quelle aspettative lo dichiarò più esplicitamente  nella prefettura di Reggio Calabria (18 aprile). «Rivolgeremo un appello – proclamò più o meno solennemente – a tutti gli imprenditori per operare in Calabria».Fanfani a Monasterace Marina, aprile 1961.gif

E qui offrì il destro a l’Unità per inveire contro i «metodi di colonizzazione» che anziché risolvere avrebbero aggravato il «problema calabrese e meridionale». L’organo ufficiale del Pci, maggior partito di opposizione, portava a esempio quanto era avvenuto qualche anno prima con i conti Rivetti e Faini quando, «l’uno con il contributo statale di due miliardi», aveva dato vita a due lanifici a Cetraro, e l’altro, grazie a una analoga sovvenzione di «cinquecento milioni di lire», aveva messo su le Manifatture laniere di Calabria a Praia a Mare.

Che Calabria trovava il “toscanaccio” Fanfani, le cui ascendenze non erano poi tanto estranee alla regione, giacché la madre Annita Leo era nata a Paludi in provincia di Cosenza, lo si poteva leggere sul giornale ufficiale della Dc, partito di maggioranza relativa. Annotava infatti il Popolo, il 16 aprile, che in provincia di Catanzaro – e ciò era indicativo sulle condizioni dell’intera regione – nel primo trimestre «ben 40.000 lavoratori hanno abbandonato la loro terra» su una popolazione complessiva «di 700.000 abitanti».

Diversi gli impegni che, tra polemiche e sarcasmi intorno alle famose “vacche pellegrine”, quel terzo governo Fanfani assunse in seguito in parlamento. Dall’università in Calabria a una azienda di carpenteria a Vibo Valentia; dal “mantenimento e potenziamento” della miniera di sale di Lungro a una azienda del legname a Bovalino. E altri ancora che nelle intenzioni del leader centrista sarebbero dovuti servire ad alleviare il «dolore umano» che le popolazioni calabresi gli avevano esternato, anche con delle contestazioni a Reggio e a Santa Caterina dello Jonio. Irrisolto rimase però il “dualismo” nord-sud che fu il motivo conduttore di quel viaggio e che tuttora è inchiodato sui parametri di mezzo secolo fa.

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo in Calabria, 7 aprile 2011)

 

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