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Ott 29, 2011 - Storia    No Comments

Calabria e Unità d’Italia

 

QUANDO GARIBALDI TRASMISE LA LIETA NOVELLA

 

 

Dopo la conquista di Reggio Calabria, il solo episodio di rilievo dal punto di vista bellico fu il disarmo di Soveria Mannelli che di fatto decretò la fine di quel che era rimasto delle truppe borboniche in Calabria. Le quali, al comando di Giambattista Ghio,  «unico generale rimasto fedele alla causa regia», potevano ancora contare su qualcosa come diecimila uomini. pitaro,francesco pitaro,soveria mannelli

     È faci le dedurre che se questi ultimi fossero riusciti a ricongiungersi con la guarnigione di stanza a Cosenza, alle dipendenze del brigadiere Giuseppe Cardarelli, avrebbero potuto imbastire una resistenza a Campotenese, o in subordine ripiegare su Napoli. Probabilmente era questo il piano accarezzato da Ghio, il quale era riuscito, grazie forse a un marchiano malinteso o a un abile espediente del generale borbonico che avrebbe finanche esibito un falso salvacondotto firmato da Missori, ad attraversare le gole del Calderaro, accolto da invocazioni festanti dagli uomini di Stocco, e raggiungere Tiriolo.

   Il generale garibaldino infatti con un dispaccio a Donato Morelli trasmetteva la «consolante notizia» che la truppa legittimista si è «affratellata con noi» e pertanto «tutte le forze passeranno di costà e dovrai farle trattare come persone appartenenti a noi». Messaggio che fece infuriare Morelli che, insieme al fratello Vincenzo, costituiva il gruppo dirigente del campo insurrezionale di Acrifoglio, a circa sette chilometri da Soveria Mannelli, forte di quattromila insorti e guidato da Saverio Altimari.

   Osserva Vittorio Visalli (I calabresi nel Risorgimento italiano) che Garibaldi, quando, giunto a San Pietro Apostolo, il 29 agosto 1860, dopo essere passato per Nicotera, Monteleone e Pizzo, fu messo a parte dell’inganno, «arse di fiera collera». E da Tiriolo spedì un contrordine a Morelli che chiariva ogni dubbio: «Le forze regie che marciano su Cosenza devono capitolare alle stesse condizioni di quelle capitolate a Punta di Pizzo…». Quindi da Maida arringò la folla dal balcone di casa Farao esortandola ad accorrere «nella valle di Soveria» dove «diecimila uomini ci aspettano ancora».

   Era un appello non privo di ragioni. Tra le file patriottiche infatti vi era la consapevolezza che se Ghio fosse sceso nel bosco dell’Acrifoglio avrebbe messo a dura prova i volontari e si sarebbe provocato uno spargimento di sangue. Fu forse in considerazione di ciò che si decise di inviare il maggiore ed “ex prete” Ferdinando Bianchi a raggiungere a Soveria Mannelli, renderlo edotto della capitolazione di Cardarelli a Cosenza e convincerlo alla resa. L’incontro avvenne nel sede municipale, auspice il sindaco Carlo Sirianni. I conciliaboli si protrassero per due ore, sicché «non s’era venuti ad alcuna conclusione – dichiarò molti anni dopo Eugenio Tano che in quella circostanza accompagnava Bianchi come aiutante – quando una fucileria né scarsa né molto nutrita, e dei gridi confusi, ci fece tutti scattare in piedi».

   A quegli spari e alle voci concitate inneggianti a Garibaldi e all’Italia un sentimento di costernazione si abbatté sui soldati borbonici che «in meno di trenta minuti… deposte le armi, diventarono diecimila miserabili, imploranti vita e pane». Era il 30 agosto 1860, e lo scenario che apparve a Garibaldi al suo sopraggiungere a Soveria Mannelli, il giorno successivo, non dovette essere dissimile da come lo tratteggiò il disegnatore americano Thomas Nast, inviato  del periodico The Illustrated London News.

   Il colloquio tra i due contrapposti generali non durò a lungo né fu sottoscritto alcun protocollo di resa. A Ghio fu consentito di raggiungere Pizzo e da lì imbarcarsi per Napoli. Garibaldi, chiamato a sé Donato Morelli con il suo telegrafo da campo, dettò il telegramma che enfatizzava quel pur importante episodio: «Dite al mondo, che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, 300 cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete in Napoli ed ovunque la lieta novella».

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Cultura, Arte, Spettacolo in Calabria, 27 ottobre 2011)

 

 

 

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