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Feb 19, 2010 - Pittori di Calabria    No Comments

Artisti di Calabria

 

ANDREA CEFALY JR, IL PITTORE

CHE HA DATO COLORE AL SILENZIO

 

 

 

 Il volume di Curcio e un dipinti di Cefaly copia.jpg

 Forse il trascorso centenario della sua nascita si è svolto, alcuni anni fa, un po’ sotto tono. E forse quello che fin qui è stato fatto per riparlare della sua vita e del ruolo che lui  ebbe in tutto il Novecento pittorico calabrese e non, è a dir poco insufficiente. A riproporre oggi all’attenzione della critica e degli ambienti istituzionali il pittore Andrea Cefaly (Cortale 1901, Catanzaro 1986) ci ha pensato Achille Curcio, poeta dialettale fra i più rappresentativi oggi viventi in Italia e saggista, con una trilogia critico-biografica promossa da Calabria letteraria editrice, Andrea Cefaly, eremita a Cortale: vita e figure, in elegante veste grafica e arricchita di tavole illustrative a colori.

Quello di Curcio per «don Andrea» è stato il classico «coup de foudre», una folgorazione che per certi versi impresse una svolta alla sua attività intellettuale. Nel senso che quando il futuro poeta, amico di Buttitta e di Pierro, ancor giovane e per nulla disprezzabile «dilettante di pittura», ebbe occasione di conoscere Cefaly e di visitarne la sua casa-atelier di Cortale, «beh – ammette candidamente – buttai pennelli, tavolozza e colori, perché capii che quella non era la mia vocazione». Da quel momento però ebbe inizio un sodalizio che si è venuto arricchendo, nel corso degli anni, di affetti e sentimenti che i due non avrebbero mai più smesso.

Con un linguaggio asciutto quanto fluido, è l’intera parabola esistenziale di Cefaly, uomo e pittore, a essere rivisitata – con dovizie di circostanze e avvenimenti perlopiù inediti – in queste due prime uscite editoriali che costituiscono il trittico celebrativo. Che da Cortale, dove l’artista nacque e fece appena in tempo a conoscere il nonno paterno, famoso pittore «garibaldino» dal quale prese il nome, e dopo una breve apparizione a Napoli, ci conduce fino al suo importante esordio torinese presso lo studio di Felice Casorati. Studio che di sera si trasformava in cenacolo di intellettuali di diversa estrazione come Piero Gobetti, Carlo Levi, Mario Soldati, Lalla Romano.

Il secondo momento importante dell’evoluzione artistica di Cefaly avvenne a Roma, nel periodo compreso tra l’autunno del 1948 e la primavera dell’anno successivo, quando scoprì il neo-impressionismo. Una corrente, intrisa di «disvelamento e trauma» – per dirla con Giorgio Severo – alla quale aderì entusiasta e che, giunto a maturità, arricchì di contenuti soggettivi  adattandola alle caratteristiche proprie della sua Calabria. Incominciò da allora una frenetica attività e i suoi dipinti fecero il giro del mondo: dalla venticinquesima Biennale di Venezia alla sesta Quadriennale d’arte di Roma, dalla prima Mostra internazionale di Pittura Città di Messina alla Mostra di pittura contemporanea a Winnipeg in Canada.

Scrisse Mario Monteverdi, negli anni Sessanta, sul Corriere lombardo – come Curcio diligentemente riporta –, che «nella sua Cortale, Cefaly scopre una realtà poetica incorrotta. L’umanità che lo circonda è vera e sana». Le contadine lucane che Carlo Levi impresse in tutta la loro tragicità, in lui si caricano «di un calore di poesia che non è più soltanto polemica sociale», ma acquistano qualcosa d’altro che può definirsi «simpatia umana». Niente di più vero. Così pure che i suoi contadini, esangui e fieri a un tempo, non sono personaggi e figure asettici e acquiescenti, scevri da ogni riscontro storico contingente, bensì testimoni attivi del loro tempo.

Il suo Contadino calabrese è «veramente un contadino calabrese», osserva acutamente Raffaele De  Grada, «con tutti i risvolti di drammaticità che racchiudono i lineamenti del suo volto e la tenue mescolanza di colori che ne sublimano le antiche sofferenze». Caratteristiche, queste, che lo rendono affine, accomunandolo nella sensibilità alla problematica sociale molto avvertita tra la fine degli anni Quaranta e per tutto il decennio seguente, a quel grande pittore «meridionalista» che fu Ernesto Treccani. Achille Curcio, in questa sua opera, si spinge più oltre e, adottando una similitudine apparentemente paradossale, lo accomuna a… Giuseppe Ungaretti: tanto il poeta ermetico «ha popolato di nomi il silenzio», quanto Andrea Cefaly lo ha costellato di «immagini, di colori e di luce».

 

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo, 18 febbraio 2010)

 

 

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