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Ott 8, 2009 - Siti arheologici    No Comments

L’ANTICO CONVENTO CERTOSINO

 

 

 

 

 

 

I LONTANI ECHI DELLA GRANGIA DI GAGLIATO

 

 

 

Quando, nel XVI secolo, l’imperatore Carlo V, ordinò che si redigesse una platea dei beni ricadenti sotto la giurisdizione della Certosa di Serra San Bruno, furono censite ben tredici grange. Insediamento monastico con a disposizione numerosi appezzamenti di terra, e beni immobili, la grangia della Santa Parasceve di Gagliato (dal francese arcaico “granche”, che a sua volta derivava dal latino volgare “granica”, che sta a indicare appunto un granaio), era fra le più importanti, insieme a quella di Sant’Anna di Montauro. Grangia-Gagl.jpg

Non solo perché, al pari di questa, rappresentava una propaggine attraverso cui la casa madre bruniana si estendeva fino allo Ionio, ma soprattutto perché era posseditrice di numerosi beni demaniali che ricadevano nei territori, oltre che di Gagliato, anche di Argusto, San Vito sullo Jonio, Satriano, Soverato, Davoli e San Sostene. Tempi  remoti, di cui    oggi non giunge altro che un’eco lontana, quanto suggestiva e commovente. Ancora vivo è, invece, il disappunto per l’insipienza di quanti in passato permisero che i ruderi del vecchio convento passassero in mani  private, e quindi manomessi e irrimediabilmente deturpati.

Il destino di questo insediamento monastico (nella foto, i ruderi come si presentavano negli anni Sessanta del ‘900) è intrecciato con quello di padre Saverio Cannizzari, insigne figura di religioso e di studioso, di cui abbiamo potuto ricostruire il profilo biografico grazie alla gentile disponibilità del compianto padre bibliotecario della certosa serrese dom Basilio Caminada, agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso. Autore di molti trattati di matematica e di astronomia, fu per dieci anni procuratore di questo convento, dopo essere stato priore della certosa di Serra San Bruno. Nato a Santa Eufemia di Sinopoli (oggi Sant’Eufemia d’Aspromonte) da Domenico e da Caterina Cutri, il 27 settembre 1709, trascorse l’adolescenza dedicandosi allo studio ed alla meditazione religiosa. Amò soprattutto  le scienze, manifestando spiccata predilezione per il moto degli astri e per  le formule che ne regolano i movimenti. Ma l’amore per il Divino ed il raccoglimento ascetico sovrastavano ogni cosa. Tant’è che si sentì attratto, fin da ragazzo, dalla vocazione mistica.

Non sappiamo come trascorse la prima giovinezza. Ma egli non dovette essere dissimile da come, molti anni dopo, lo descrisse in un manoscritto Palemone Bastin (La Chartreuse de St Bruno en Calabre  d’aprés les cartes des Chapîtres Généraux): «È preciso, sapiente, modesto, umile e obbediente». Studiò sicuramente, anche se non sappiamo dove, matematica ed astronomia. E di certo avrebbe fatto parlare di sé come scienziato se non avesse deciso, nel 1731, di condurre vita contemplativa entrando nel monastero di Serra San Bruno. Nel 1750, all’età di quarantun anni, fu nominato professo; quindi, nel 1757, coadiutore del priore Bernardo Sirleti; infine venne eletto priore al capitolo generale del 1766.Gagliato.gif

Lo storico vibonese Vito Capialbi, nella  sua opera Biografie di uomini illustri, lo definisce  «uomo erudito e dotto, impegnato negli studi di matematica  ed astronomia». E il padre certosino Benedetto Tromby, anch’egli vibonese, nella sua monumentale opera Storia critico-cronologico-diplomatica del patriarca San Brunone e del suo ordine, parla di lui come «un grande amatore dei libri e degli studiosi». Se come religioso e uomo di sapere fu molto amato e stimato, non meno lo fu come priore. Nella  sua  alta  dignità,  egli  «amministrò bene e giustamente la Certosa dei Santi Stefano e Bruno fin al 1774».

In quell’anno, infatti, lasciò il suo prestigioso incarico per essere destinato a Gagliato in qualità di amministratore, dove rimase fin a quando il terremoto del 5 febbraio 1783 distrusse il convento. Poco dopo egli stesso moriva (10 gennaio 1784), all’età di settantaquattro  anni. E con lui cessava di esistere anche l’antica grangia gagliatese che accolse le sue spoglie, avendo la Cassa Sacra prima incamerato e poi alienato “al pubblico incanto” tutti i beni che le erano appartenuti.

 

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud,  Arte, Cultura, Spettacolo in Calabria, 25 giugno 2009)