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Gen 10, 2010 - Tradizioni calabresi    No Comments

Fede e superstizione

Dopo l’anatema di papa Ratzinger si torna a parlare anche del rito del malocchio

 

 

 

MALOCCHIO E CONTROCCHIO

NELLA SOCIETÀ CONTADINA

  

 

 

L’anatema contro maghi, fattucchieri, chiromanti e quant’altro lo ha pronunciato in modo inequivocabile papa Ratzinger, all’omelia dell’Angelus di domenica 3 settembre. «La nostra speranza – ha detto Benedetto XVI – non fa conto su improbabili pronostici…». E subito sono fioccate analisi di studiosi del settore, alcune delle quali hanno quantificato in ben 6 miliardi il fatturato annuo (una quasi finanziaria) di chi per mestiere si picca di predire il futuro.Colacitti 1.jpg

Ma un dato fa riflettere e che sembra paradossale e in controtendenza: la presenza di maghi che è maggiore al Nord (41%) rispetto al Sud (18%). La ragione la spiega Marino Niola, docente di antropologia dei simboli all’università Sant’Orsola Benincasa di Napoli. “Nel Meridione – dice lo studioso – molto spesso c’è già una religione molto vicina alla magia” e dove, aggiungiamo noi, la religiosità a volte si intreccia con la superstizione. Come nel rito del malocchio nell’antica società contadina e che in moltissime realtà persiste tuttora. Prestazione che però sono, o erano, del tutto gratuite.

Di che cosa si trattava, in concreto? Quando una persona si convinceva di essere “adocchiato”, o “affascinato”, si rivolgeva a chi conosceva le formule per scongiurarlo. Perlopiù una donna comune, dotata di particolari predisposizioni, come dire?, sensitive. I sintomi che l’adocchiato avvertiva erano un vago senso di malore diffuso, accompagnato da vistosi sbadigli, e un forte torpore agli arti. «Mi s’ammusciàru ‘i gambi» (mi si sono intorpidite le gambe), era la prima frase che veniva pronunciata alla, diciamo così, “santona”.

Il poveretto, una volta entrato in casa della donna, veniva fatto sedere, con le mani incrociate sulle ginocchia. Quella intanto lo segnava tre volte sulla fronte. Quindi, mentalmente, recitava questa formula: «Tri occhi ti adocchjàru, / tri santi ti aduràru,/ a cui ti adocchjàu / lu cora s’abbundàu. / Cu lu cora e cu la menta / A ttìa l’occhju non fa’ nenta. / O granda Nomu de pietà / Càccialu Tu pe carità.

Lo sbadiglio era l’elemento rivelatore dell’adocchiamento. Nel senso che se la donna sbadigliava, si era certi di essere di fronte a un caso di malocchio. Anzi, più intensi e frequenti erano i suoi sbadigli, maggiori e molteplici si credeva fossero gli influssi malefici dettati quasi sempre dall’invidia della gente.

Fatto singolare, il malocchio si trasmetteva involontariamente e senza cattiveria; al contrario per quanto avveniva per le fatture e le malìe. Di conseguenza, chi pensava di esser maggiormente esposto a tali forze negative, cercava di cautelarsi disponendo l’indice e il mignolo della mano di modo che simboleggiassero le corna, avendo cura, però, di nascondere opportunamente la mano in tasca.

Se con ciò non si avvertiva alcun segno di miglioramento, si ricorreva allo sciommicamento, vale a dire al potere magico del fumo. La donna preposta approntava debitamente una paletta con delle braci, su cui faceva ardere pezzetti di palma e di foglie d’ulivo benedetti, unitamente a foglie di  incenso anch’esso benedetto, e girando intorno per tre volte, ripeteva,  sempre mentalmente perché non si sentisse quel che si diceva: «Campanella ‘e Santu Savaturi, / cu ògghju santu e parma, / olivu benedittu, / caccia l’òcchju maledittu».

L’òcchjue chiesi (il malocchio contratto in chiesa) era ritenuto un influsso molto forte e ben difficile da scongiurare. La formula per liberarsene era piuttosto farraginosa, e la parte finale suonava così: «Santu Nicola de Roma venìa, / parma ed oliva alla manu tenìa; / supa l’atàru la benedicìa, / hòra ‘u malocchju de la casa mia». Complessa era la prassi della rivelazione delle formule connesse alla capacità di revocare il malocchio. Si trattava di segreti che venivano gelosamente custoditi, pena peccato mortale, e si tramandavano di madre in figlia o fra parenti stretti.  E non di rado accadeva che la trasmissione  del segreto avveniva “in articulo mortis”.

 

 

 

(Francesco Pitaro in  Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo in Calabria, 10 gennaio 2010)