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Mag 30, 2013 - Senza categoria    No Comments

Vescovo di Otranto nel 1480, originario di Montepaone

 

FRA SERAFINO, BALUARDO DELLA CRISTIANITÀ

 

 

«Oggi la Chiesa propone alla nostra venerazione una schiera di martiri, che furono chiamati insieme alla suprema testimonianza del Vangelo, nel 1480. Circa ottocento persone, sopravvissute all’assedio e all’invasione di Otranto furono decapitate nei pressi di quella città». Fin qui papa Francesco nell’omelia alla messa per la canonizzazione dei beati martiri salentini, che «si rifiutarono di rinnegare la propria fede», celebrata in piazza San Pietro il 12 maggio scorso. Portando così a termine quanto il suo predecessore, Benedetto XVI, aveva preconizzato in quel fatidico concistoro del 10 febbraio scorso assorbito interamente dal sensazionale annuncio delle sue dimissioni.montepaone, otranto, fra serafino da squillace, pitaro, francesco pitaro

Il massacro, iniziatosi il 28 luglio 1480, e al quale fece seguito la distruzione della cattedrale e di altri luoghi di culto, alcuni di essi trasformati in altrettante moschee, si protrasse fin all’11 agosto dello stesso anno. Nel corso del quale diciottomila turchi al comando di Pascià Achmet sottoposero la città a ferro e fuoco. Stando ai cronisti del tempo, persero la vita qualcosa come dodicimila esseri umani, molti dei quali furono uccisi nello stesso duomo dove speravano di ottenere rifugio. Mentre ottocento superstiti – per l’esattezza, 813 –  furono i fedeli passati a fil di spada sul Colle della Minerva per essersi rifiutati di abiurare. Per i quali oggi, dopo la beatificazione del 5 ottobre 1980 da parte di Giovanni Paolo II, è giunta la elevazione al novero dei santi a trent’anni di distanza da quello che la Congregazione per la causa dei Santi ha riconosciuto essere il secondo miracolo a beneficio di suor Francesca Levote.

Quell’evento di più di cinquecento anni fa, vide protagonisti molti calabresi al seguito del duca di Calabria nonché principe ereditario del Regno di Napoli, Alfonso, figlio di Ferrante I, e dell’ammiraglio Villamarino. Tra di essi si distinsero nobili condottieri cosentini come  Francesco Firrao e Francesco Amarelli. Quest’ultimo è introdotto da Luigi Accattatis, nel suo Dizionario degli uomini illustri delle Calabrie (Cosenza, 1869), in versi endecasillabi che lodano la sua tempra di combattente: «di ferro coverto audace e forte / in campo appare, e in volto a lui si mira / beltà, senno valor, virtude e sorte…». Erano presenti anche il capitano di fanteria Guglielmo Sirleto di Guardavalle, zio dell’omonimo e più famoso cardinale, e il principe di Bisignano che vi accorse, come annota Gustavo Valente (Calabria, calabresi e turcheschi nei secoli della pirateria, 1400-1480, Frama’S, 1973), «con una compagnia assoldata a proprie spese».

Nelle file di quest’ultimo vi era in particolare fra Serafino da Squillace, francescano e predicatore che sarebbe stato destinato proprio in quell’anno ad assurgere alla cattedra vescovile della città salentina e ricordato come il pastore che si spese in prima persona alla difesa della cristianità in terra di Puglia. E come colui che si prodigò fino allo stremo delle sue forze per la ricostruzione della cattedrale e delle altre chiese distrutte o sconsacrate. «Era nel campo del duca – scrive lo storico Michele  Laggetto (Historia, 1537) un frate di nome Serafino di patria calabrese, d’un castello detto Montepavone, del principato di Scillaci, quale serviva al principe di Bisignano… che ottenne dal duca dargli l’arcivescovado della città».

Dapprincipio il religioso fu restio ad accogliere l’offerta ritenendo che Otranto «mai più si doveva abitare, tanta era la rovina che aveva patito… Però alla fine accettò, benché malvolentieri». Fra Serafino mantenne la dignità di vescovo per ben trentadue anni, ovvero fino al 1514 e «fu certamente buon prelato». Scrive lo storico Luigi Maggiulli (Otranto, ricordi, 1993) che mai come in quel delicato momento la comunità salentina «aveva bisogno di un uomo colto e dalla tempra adamantina» come il presule calabrese, «per riabilitare il clero e riaccomodare al  meglio le distrutte chiese». Oggi le sue ossa riposano in un sarcofago di marmo – opera dello  scultore del XV sec. Niccolò Ferrando – in quella stessa cattedrale, già «distrutta dai turchi», che egli, come recita un’iscrizione latina, «restaurò e abbellì».

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo in Calabria, 30 maggio 2013)

 

 

La foto è proprietà artistica di Massimiliano Cappuccino ed è stata gentilmente concessa in uso a questo blog.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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