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Gen 9, 2014 - Senza categoria    Commenti disabilitati su Due pubblicazioni di Francesco Pitaro sul Natale in Calabria

Due pubblicazioni di Francesco Pitaro sul Natale in Calabria

foto-1IL MAGICO NATALE DEI TEMPI ANDATI

Natale, di certo la festa più suggestiva della cristianità, ha da sempre ispirato fior di scrittori, poeti, pittori. Di ogni tempo e di ogni regione. Ma anche la più dimessa e modesta saggezza popolare fatta di tradizioni nelle quali sacro e profano convivono e finanche finiscono col sovrapporsi; che parla di detti, proverbi e canti la cui origine si perde nella notte dei tempi; di specialità gastronomiche tipiche che venivano ammannite sulle nostre tavole.

A ciò non poteva restare estranea la Calabria che in fatto di riti, tradizioni e opere ispirate alle festività natalizie non è seconda a nessuno. Il suo patrimonio culturale e il notevole retaggio di usi e costumi riconducibili alle festività natalizie sono tali che hanno ispirato Francesco Pitaro, giornalista e collaboratore di questo giornale, a mandare nelle librerie, tradizionali e online, due suoi volumetti di circa cento pagine ciascuno, entrambi dedicati al Natale nelle antiche tradizioni calabresi.

Nel primo di essi, Natale d’altri tempi in Calabria (ilmiolibro.it edizioni) l’autore, nato a Gagliato e da trent’anni residente a Montepaone, raccoglie suoi articoli giornalistici, note, interventi, curiosità da cui emerge un interessante spaccato di una realtà sociale ricca di fede e di valori umani oggi pressoché scomparsa. Realtà, questa, direttamente legata a quella civiltà contadina che ci siamo lasciati definitivamente alle spalle e che il dipinto del pittore soveratese Carmelo Stratoti, che illustra la copertina, ben rappresenta con le figure di due caratteristici zampognari. Il secondo volumetto, Magico Natale, racconti e poesie dialettali calabresi (ilmiolibro.it edizioni) è una miscellanea, come recita il sottotitolo, di racconti e poesie nei dialetti di Gagliato e Montepaone che Francesco Pitaro ha pubblicato su riviste specializzate, alcuni anche sulle pagine culturali di Gazzetta del Sud.

In queste due opere Pitaro, senza per nulla apparire colui che vagheggia e rimpiange un passato che ormai non c’è più, fa trasparire tuttavia una certa nostalgia per la semplicità e la genuinità del Natale della sua infanzia. Un’infanzia che ha rappresentato un discrimine della civiltà contadina sul punto di scomparire e l’incipiente civiltà dei consumi e dove componenti della prima ancora sopravvivevano nonostante il diffondersi rapido della seconda.

Ed ecco che, tra le altre cose, vi si rievocano l’usanza di «invitare, al momento del desinare, una persona povera del paese in omaggio di Colui che era nato povero» e il tempo in cui si soleva «riporre sul davanzale un piatto di succulenta vivanda qualora vi fosse passato “u monacheddhu”, specie di folletto che si credeva si aggirasse per le vie nella notte di Natale». Particolare enfasi viene riservata alle consuetudini culinarie e ai tanti manicaretti che abitualmente si preparavano in questa solenne occasione. A cominciare dalla “copèta”, altrimenti detta “il torrone dei poveri”, composta di semi di sesamo, miele, scagliette di mandorle, per proseguire con le zeppole, “murinelle” (gnocchetti fritti a base di farina, acqua, olio, sale e vino). Per finire con «la pasta “chjina” cotta con la brace di sopra e di sotto».

(Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo in Calabria, 5 gennaio 2014)

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