giovedì, 19 gennaio 2012

Cent’anni fa moriva il poeta serrese

 

 

MASTRO BRUNO PELAGGI, RAPSODO DEL MERIDIONALISMO

 

 

 

Se c’è un poeta che con accenti genuini, lapidari e coloriti abbia saputo esprimere l’animo della stragrande maggioranza della popolazione calabrese, nel periodo compreso tra l’Unità d’Italia e il primo decennio del Novecento, questi non può che essere Mastro Bruno. Ovvero Bruno Pelaggi (1837-1912), scalpellino e poeta dialettale di Serra San Bruno, di cui il 6 gennaio di quest’anno sono decorsi i cento anni della sua morte. pitaro,francesco pitaro,mastro Bruno Pelaggi

Il suo nome e la sua opera poetica, oggi quantificata in qualcosa come venticinque componimenti, si imposero agli onori della critica letteraria regionale e nazionale sugli albori degli anni Sessanta del secolo scorso. Ma le sue poesie, specialmente le più salaci e quelle che a quei tempi erano considerate un po’ scollacciate (Li zzùoccula di Tiresa, per citarne qualcuna), già circolavano oralmente di bocca in bocca e di casa in casa.

Si avvertì subito la necessità di intraprendere un lavoro di recupero e di compendiare l’intera produzione poetica in un unico corpo stampato. Già Guido Cimino, avendo letta la sola Lettera al Padreterno, ne rimase positivamente impressionato. E in un suo saggio sul fascicolo speciale che la rivista fiorentina diretta da Piero Calamandrei, Il Ponte, dedicò nel 1950 alla Calabria, auspicava «gradite sorprese» dal lavoro di recupero e raccolta «delle sue poesie da parte di un suo compaesano». L’anno successivo il giornale napoletano Roma ospitava in terza pagina un articolo dal titolo alquanto significativo: Bruno Pelaggi, il poeta analfabeta di Serra San Bruno.

La tanto attesa «sorpresa» giunse nel 1965 allorché vide la luce la prima silloge a opera di Angelo Pelaggi e in cui ebbero posto le poesie più rappresentative della poetica del cantore serrese. In primo luogo quelle (A ‘Mbertu Primu, Lìttira allu Patritiernu, Lìttira allu Dimùonu) che, come scrive Antonio Piromalli (La letteratura calabrese, Guida Editori, 1977), «esprimevano la tragedia della fame e della mancanza di lavoro in Calabria, e soprattutto nel territorio delle Serre».  E che «al di là di ogni giocoseria interpretavano in modo grave e solenne la condizione di vita di artigiani e contadini chiusi nei borghi montani».

Quindi fece seguito il saggio di Sharo Gambino, Mastru Brunu, antologia di sei poesie (MIT, Cosenza, 1976)  e quello esaustivo a cura di Biagio Pelaia, Mastro Bruno Pelaggi, tutte le poesie, edito dal curatore e stampato dalla Tipografia Mele nel 1976, che lo fece conoscere al grosso pubblico. Altri non meno interessanti studi critici videro la luce e scandagliarono aspetti particolari e singolari della poesia di Pelaggi, come Mastru Bruno, poesie (EffeEmme, 1978) di Giampiero Nisticò. Quest’ultimo, in un suo breve saggio critico, giunge a confrontare il “titanismo e il dolore” del poeta di Serra San Bruno nella lirica Alla luna agli stessi sentimenti che ispirano Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

E chissà che questo accostamento non potrà tornare utile per smentire una volta per tutte che il “poeta analfabeta serrese” alla fin fine analfabeta non era. Anche se è innegabile che i versi li dettava, la sera al rientro dall’improbo lavoro, alla figlia Maria Stella, la quale diligentemente li trascriveva su un quaderno, questo non esclude che l’autore disponesse di una discreta istruzione. Così pure sembra fuor di dubbio che avesse letto qualcosa di Dante. Quantomeno la Preghiera di san Bernardo del XXXIII canto del Paradiso. Della quale non pochi accenti religiosi e motivi ispiratori sono presenti ne Alla Vergini Maria.

Un discorso a parte infine meriterebbe la scelta metrica prevalente nella produzione di Mastro Bruno. Quelle quartine di due settenari piani e un endecasillabo sdoppiato con rimalmezzo fanno pensare che egli avrà certamente letto, o ascoltato, i versi di Giovanni Conia (Galatro, 1752-1839). Non è escluso, anzi è probabile, che ne abbia orecchiato il ritmo e lo abbia adattato a quelle problematiche sociali che lo hanno consacrato fra i più prestigiosi rapsodi del meridionalismo post-unitaro.

 

 

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo in Calabria, 8 gennaio 2012)

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